La cultura napoletana nel mondo

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Secondo i dati Istat del 2019, Napoli è il primo Comune del Sud Italia per arrivi turistici: con circa 3,7 milioni di presenze, pari allo 0,9% di presenze sul totale nazionale, e in crescita del 13,6% rispetto allo scorso anno, è la quinta destinazione tra gli arrivi internazionali in Italia.

Tantissimi aspetti della tradizione partenopea hanno contribuito a rendere celebre il Belpaese nel mondo: dalla musica al teatro, dai siti UNESCO alla buona cucina. In questo articolo ho cercato di raggruppare alcuni simboli della tradizione napoletana.

Il dialetto napoletano riconosciuto dall’Unesco come “idioma ufficiale”

Mia nonna, da orgogliosa napoletana, mi ripeteva sempre: “il napoletano non è un dialetto. È una lingua!”.

Chissà con quanto entusiasmo avrebbe appreso la recente presa di posizione dell’UNESCO che ha riconosciuto il dialetto napoletano come vero e proprio “idioma” da tutelare e preservare.

NOTA BENE: il dialetto napoletano, così come inteso dall’UNESCO, non si riferisce esclusivamente alla lingua parlata a Napoli, bensì fa riferimento all’ insieme dei dialetti alto meridionali, parlati in Campania, in Basilicata, in gran parte dell’Abruzzo, nel Molise, nella Puglia con eccezione del Salento, nella Calabria settentrionale, nelle Marche meridionali e nel sud del Lazio.

Per l’Unesco, quindi, il napoletano rappresenta un grande ceppo linguistico, che include a sé i pur differenti dialetti alto-meridionali, come il barese, il lucano o il ciociaro. Si tratta semplicemente di una classificazione nata dalla grande mole di caratteristiche comuni, presenti nei tanti dialetti alto-meridionali che sono considerabili come un’unica lingua, chiamata – appunto – napoletano.

I Baci Perugina con le frasi in napoletano: una curiosa iniziativa

Era l’autunno 2017 e il famoso brand Baci Perugina lanciò sul mercato la Special Edition della campagna “Parla come… Bigliettino in dialetto napoletano Baci.” In pratica, le famose frasi più o meno romantiche dei Baci Perugina si rifanno ai modi di dire regionali.  una serie speciale per rendere omaggio all’Italia e alle sue differenti culture.

La campagna prevedeva citazioni in 9 dialetti regionali della nostra Italia e, oltre al napoletano, vi erano il pugliese, piemontese, genovese, romano, veneto, siciliano, milanese e, naturalmente, perugino.

Napoli e il calcio: un legame indissolubile

Nella città partenopea è risaputo che il calcio non è solo uno sport ma una fede. In particolare, desidero evidenziare due momenti importanti sia per Napoli come città che squadra di calcio.

La curiosa nascita dello Stadio San Paolo

“Se n’è caduto lo stadio” è un classico modo di dire dei tifosi del Napoli, ma la cosa è accaduta davvero, nel 1946.

Stralcio di Giornale che parla della tragedia allo satio Vomero di Napoli

      Foto tratta da riccardocassero.it

Lo stadio in questione era quello del Vomero, non proprio in ottime condizioni dopo la guerra, ma l’unico disponibile in città dopo i violenti bombardamenti che avevano distrutto lo stadio “Partenopeo” al rione Luzzatti di Gianturco, simbolo della modernità fascista, con una capienza di 40.000 spettatori.

Il Napoli, nell’estate del 1945, ha acquistato Riza Lustha, il miglior giocatore albanese di quel periodo. proveniente dalla Juventus, dove si era fatto notare con 46 gol in 85 partite. In  maglia azzurra, però, alla fine del girone di andata era a secco. iI giornalista Carlo Di Nanni, direttore della testata Lo Sport del Mezzogiornoha scritto sul suo giornale , una dichiarazione che poi si sarebbe rivelata una vero e propria profezia Il giorno in cui Lustha segnerà se ne cadranno le tribune”.

E successe veramente:. era il 27 gennaio del 1946, nella partita Napoli-Bari. Gran tiro da da fuori area e l’albanese sbloccò il risultato. L’eccessivo entusiamo dei tifosi  sulla tribuna fece cedere la  balaustra. Centinaia di persone andarono giù per alcuni metr epiù di cento persone finirono all’ospedale. La partitaterminò con la vittoria della squadra partenope con il risultato di 2-1

Alla fine di quella stagione fu inventata la schedina a pronostici Sisal, poi ribattezzata Totocalcio nel 1948. Grazie al suo successo, gli introiti sono stati in parte fonte di finanziamento per il restauro di alcuni stadi italiani.

Il 22 dicembre 1949, col supporto del CONI, del Governo e del Totocalcio, fu finalmente deliberata dal Comune di Napoli la costruzione di un colossale stadio, ormai necessario. Dieci anni dopo, precisamente Il 6 dicembre 1959 il Napoli prese possesso della sua nuova comoda casa, l’imponente “Stadio del Sole”, nuovo tempio del calcio per circa 90.000 spettatori, poi battezzato “San Paolo”.

Il mito di Maradona e lo scudetto 1989/1990

Domenica 4 marzo 1990 per la squadra e l’intera città di Napoli  sembrava svanito il sogno scudetto, già conquistato nella stagione  1986-87. Staccato di 2 punti dalla capolista Milan di Berlusconi, il Napoli riesce a recuperare e chiudere la partita col Genoa con il punteggio di 2-1 ma non approfitta delle due partite successive (le due sconfitte del Milan prima nel derby, poi contro la Juventus).

L’allora Presidente del Napoli, Albertino Bigon, finì nel processo mediatico con l’accusa di non essere all’altezza di guidare una squadra importante e di esprimere un gioco alquanto discreto e povero.

Maradono in esultanza per goalNelle ultime cinque giornate, a partire dalla domenica del 29 aprile 1990, il Napoli, trascinato da Maradona, fece un filotto di 5 vittorie, sorpassò in classifica il Milan, potendo cosi alzare la Coppa di Campioni d’Italia. Trionfo di chiaro significato sociale nei confronti del club più ricco dell’intero campionato.

Da annotare che quando arrivò, Maradona fu accolto come un Dio: era da poco terminato il campionato 1983/84 quandoventiquattrenne, allora giocava nel Barcellona, disse durante un’intervista telefonica:” Mi piacerebbe giocare al Napoli”. Non disse campionato italiano, a quei tempi considerato tra i più competitivi al mondo, ma indicò proprio il club partenopeo che quell’anno terminò il girone a metà classifica.

Maradona ha segnato un’epoca, strappando la città dal vittimismo e dalla mentalità perdente. E Napoli, grazie alle vittorie sul campo, si è sentita finalmente rispettata e considerata.

Ancora oggi, tra i quartieri turistici vive il mito di Maradona, nelle statuine artigianali dei presepi di San Gregorio Armeno, sui graffiti di vecchi muri, nei discorsi della gente, perfino nei bambini battezzati col suo nome.

Napoli e il buon cibo

Quando si pensa a Napoli, le prime cose che vengono in mente sono la bellezza del lungomare, l’imponenza del Vesuvio, la vivacità dei suoi abitanti e, soprattutto, il cibo!

La cucina napoletana infatti è tra le più apprezzate al mondo ed è un sacrilegio visitare la città senza fare un piccolo tour gastronomico per assaggiare la varietà di sapori offerta dai piatti tipici di Napoli.

In effetti il cibo è considerato una delle essenze principali della città; la tradizione culinaria del capoluogo partenopeo è molto antica e ricca, influenzata dalle moltissime culture con cui è venuta a contatto attraverso gli scambi commerciali e le dominazioni. Le materie prime disponibili poi sono di primissima qualità e consentono di preparare piatti di mare e di terra in grado di accontentare ogni palato, per non parlare della tradizione dolciaria!

La pastiera napoletana: tradizione e bontà

Iniziamo dalla pastiera napoletana, dolce della cucina campana tipico del periodo pasquale. Ha avuto il riconoscimento di prodotto agroalimentare tradizionale campano

pastiera napoletana, tipico dolce pasquale di Napoli

                                   Foto da Wikipedia

È simile alla crostata, con cui forse condivide un’origine comune. Nella ricetta classica gli aromi utilizzati sono cannella, canditi, scorze d’arancia, vaniglia e acqua di fiori d’arancio.

Oggi ci sono numerose variazioni alla ricetta classica che vanno dall’aggiunta di crema pasticcera nell’impasto interno, al cioccolato bianco nella pasta frolla.

Le massaie partenopee la preparano di solito il giovedì santo, il venerdì santo o il sabato santo ma ormai è presente tutto l’anno nelle migliori pasticcerie napoletane.

Due curiosità:

  1. secondo i dati di Google Trends, il termine “pastiera napoletana” è stato quello più ricercato nel motore di ricerca tra le ricette nell’anno 2018. Ciò fa ancora una volta di Napoli, la capitale del gusto e della cucina italiana;
  2. una leggenda narra che la sirena Partenope, simbolo della città di Napoli, dimorasse nel Golfo disteso tra Posillipo ed il Vesuvio, e che da qui ogni primavera emergesse per salutare le genti felici che lo popolavano, allietandole con canti di gioia.

Una volta la sua voce fu così melodiosa e soave che tutti gli abitanti ne rimasero affascinati e rapiti, accorsero verso il mare commossi dalla dolcezza del canto e delle parole d’amore che la sirena aveva loro dedicato e, per ringraziarla, sette fra le più belle fanciulle dei villaggi furono incaricate di consegnarle i doni della natura: la farina, la ricotta, le uova, il grano tenero, l’acqua di fiori d’arancio, le spezie e lo zucchero.

La sirena depose le offerte preziose ai piedi degli dei, questi riunirono e mescolarono tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima Pastiera.

La sfogliatella: riccia o frolla

Poi c’è lei, la sfogliatella, altro dolce tipico della pasticceria campana che si presenta in due varianti principali: può essere riccia, se preparata con pasta sfoglia, oppure frolla, se preparata con la pasta frolla.

La sfogliatella nasce nel XVIII secolo nel conservatorio di Santa Rosa da Lima, nei pressi di Amalfi. La sua origiine è quasi casuale: era avanzata nella cucina del convento un po’ di pasta di semola, invece di buttarla, fu aggiunta frutta secca, zucchero e limoncello, ottenendo un ripieno. Fu utilizzato allora un cappuccio di pasta sfoglia per ricoprire il ripieno e venne tutto riposto nel forno ben caldo. Il dolce riscosse molto successo tra gli abitanti delle zone vicine al convento, prese il nome di Santarosa in onore della santa a cui era dedicato il convento.

Nel 1818, il pasticcere napoletano Pasquale Pintauro, entrò in possesso della ricetta segreta della Santarosa, portando il dolce a Napoli, modificando (leggermente) la ricetta, introducendo la variante riccia-sfoglia inventando così la sfogliatella classica.

Una curiosità: in un mio recente viaggio a Napoli mi sono imbattuta nella pasticceria che ha vinto nel 2018 il Premio per aver realizzato la più lunga sfogliatella del mondo. Se vi capita, la pasticceria, una delle più antiche di Napoli, si trova nei prezzi della stazione Garibaldi. Oltre a sfogliatelle, vi attendono babà e altri dolci tipici della tradizione.

Dici Napoli e non puoi non pensare alla pizza

Pizza napoletana

                        Foto da Wikipedia

Secondo l’impasto originale della pizza napoletana prevede l’utilizzo di soli quattro ingredienti: acqua, farina lievito di birra e sale. Ecco alcuni consigli:

    • Per quanto riguarda l’acqua, non esistono particolari restrizioni, eventualmente si può usare anche l’acqua del rubinetto, le uniche varianti sono la temperatura che deve stare in un range di 20-22 gradi centigradi;
    • La farina deve essere di grano tenero 00 di media forza (per “forza” si intende il grado di assorbimento dell’acqua e la quantità di proteine, per cui una farina forte ha una maggiore quantità di proteine ed assorbe più acqua).
    • E’ possibile utilizzare il lievito di birra fresco, oppure quello secco/compresso con un grado di acidità basso ed un colore grigio/paglierino, ed un sapore insipido.

Il teatro napoletano

Napoli ha un’importante tradizione teatrale. Sin dall’antichità, il teatro in generale ha sempre rappresentato diversi atteggiamenti folkloristici; le prime tracce del teatro napoletano ebbero luogo durante il periodo della corte aragonese con Jacopo Sannazaro e Pietro Caracciolo, che ebbero il merito di diffondere la cultura teatrale anche tra i ceti più bassi, oltre che avere una funzione poetica, specialmente a corte.

A Napoli il teatro del Novecento ha raggiunto il massimo splendore grazie ad alcuni dei suoi prestigiosi esponenti. Vediamo quali sono stati.

La maschera di Pulcinella

Nel 1573 si formò la prima compagnia di comici dell’arte napoletani e nel 1632 comparve per la prima volta in un documento scritto, la maschera di Pulcinella.

Il secolo d’oro del teatro napoletano fu però il Settecento, con i librettisti che inventarono l’opera buffa, inizialmente in dialetto poi in lingua. Fu, questo, il periodo di massima fioritura per il personaggio di Pulcinella tanto che per questo verrà costruito appositamente un teatro per le commedie in dialetto, il San Carlino.

Celebrita legate alla maschera di Pulcinella

Tantissimi i personaggi che nei secoli hanno dato vita a sceneggiati teatrali con la maschera di Pulcinella, tra cui:

  •  il maestro Eduardo De Filippo nel settembre 1958 a Milano per inaugurare la stagione del Piccolo Teatro mise in scena un adattamento della commedia di Pasquale Altavilla Pulcinella in cerca della sua fortuna per Napoli.
  • Massimo Ranieri nella stagione teatrale 1986-87 è stato interprete dello spettacolo teatrale “Pulcinella” di Maurizio Scaparro.
  • Massimo Troisi  fu anch’egli interprete di Pulcinella con il film di Ettore Scola Il viaggio di Capitan Fracassa del 1990 portando la sua versione della maschera napoletana sul grande schermo.
  • Pino Daniele (1955-2015) nel suo album d’esordio Terra mia (1977) interpreta nel brano Suonno d’ajere la parte di un Pulcinella malinconico e rabbioso che, toltosi la maschera (un richiamo alla commedia di Eduardo), pensando al dolore dei poveri e dei diseredati medita un’azione di rivolta.

Antonio De Curtis, Totò: principe della risata

Il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità a Napoli nasce Antonio De Curtis noto a tutti come Totò.

Alla fine degli anni 20 del 900 ha mosso i suoi primi passi nel varietà e nell’avanspettacolo. il suo esordio nel grande schermo con il film” Fermo con le mani”nel 1937

Totò nei suoi quarant’anni di carriera ha portato sul palcoscenico oltre 50 opere e recitato in 97 pellicole. Inizialmente la critica ha giudicato negativamente la sua comicità e in particolare il suo modo di enfatizzare il volto come maschera per accompagnare le battute.

È stato un autodidatta e amante dell’improvvisazione, ciò ha fatto letteralmente impazzire e gioire al tempo stesso i registi con i quali ha  lavorato. Ha collaborato con personaggi del calibro di Vittorio De Sica, Alberto Sordi, Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, Eduardo De Filippo.

Nel 1915 l’artista si arruolò nell’esercito per la prima guerra mondiale ma la disciplina militare non fa per lui e riusci a farsi congedare spacciandosi per epilettico. Proprio da questa esperienza nasce una delle sue battute più famose “siamo uomini o caporali?” ripresa come titolo di un film nel 1955.

Una curiosità: Totò è stato l’attore comico più amato di sempre come conferma un sondaggio del 2009.

In occasione del cinquantesimo anniversario della sua morta la sua amata Napoli gli ha dedicato un monolite e ha dato vita ad una mostra dal titolo “Totò Genio” in cui si trovano, cimeli, documenti, locandine, vestiti e testimonianze della sua carriera.

L’Università Federico II di Napoli, 15 aprile 2017, in occasione del cinquantesimo anno dalla sua scomparsa gli ha conferito una Laurea Honoris Causa alla memoria in “Discipline della Musica e delle Spettacolo”.

La Famiglia De Filippo

Se si parla di teatro napoletano non si può non menzionare la famiglia De Filippo, simbolo del teatro partenopeo.

Eduardo De Filippo fu, tra l’altro, autore di un libro di poesie, fondatore di una scuola di drammaturgia a Firenze, ottenne il Premio Pirandello e due lauree honoris causam e nel 1981 fu nominato senatore a vita.

Le sue commedie, raccolte nei volumi “Teatro di Eduardo”, risentono di numerosi stimoli che vanno dai canovacci della Commedia dell’Arte del padre Eduardo Scarpetta al teatro del grottesco di Luigi Pirandello. Prende spunto proprio da quest’ultimo per descrivere i suoi personaggi, soprattutto nell’aspetto psicologico, riuscendo a creare il giusto accordo tra comicità e tragicità.

La famiglia è il centro d’interesse dell’artista, in quanto specchio della società, sentita come luogo di comunicazione, di fiducia e legame.

Lo zio Peppino intanto, dedicatosi al ramo comico delle realizzazioni teatrali, dopo essersi allontanati dai fratelli creò un fortissimo duo con Totò, con il quale scrisse 16 film di successo.

Infine, anche il figlio si dedicò alla vita teatrale e cinematografica. Si parla infatti di Luigi De Filippo, che dopo aver scritto vari film per la Rai, fu insignito dal presidente della Repubblica Ciampi, nel 2005, della onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica per meriti artistici.

Ovviamente Napoli è tanto altro. Tu, cosa aggiungeresti all lista? Scrivilo nei commenti.

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2 risposte

  1. Remo Romagnuolo ha detto:

    Avete dimenticato di citare il grande Raffaele Viviani

    • Silvia ha detto:

      Hai ragione Remo.. in realtà, ci vorrebbe una rubrica dedicata esclusivamente alla cultura napoletana, tanto ci sarebbe da scrivere! Non è però escluso un articolo che possa parlare della tradizione teatrale napoletana
      grazie per l’utilissimo consiglio!!

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